Le parole che fanno male: violenza sulle donne e linguaggio.

di Maria Luisa Marenzoni

Il 25 novembre 2025, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, si è tenuto a Perugia, nella Gipsoteca dell’Università di Perugia l’incontro Le parole che fanno male. Violenza sulle donne e linguaggio . L’evento ha proposto una riflessione profonda su un tema spesso sottovalutato: il linguaggio come terreno su cui la violenza si prepara, si normalizza e si diffonde. Per ADMV Associazione Donne Medico Veterinarie – che sceglie consapevolmente nelle varie comunicazioni  il termine medica veterinaria perché le parole contano – questa giornata ha rappresentato un momento di riflessione, che condividiamo con le associate.

Ad aprire l’incontro è stato il Presidente del CUG (Comitato Unico di Garanzia), Antonio Preteroti, ricordando che le parole non sono mai neutre: portano con sé una responsabilità. A seguire, il Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, Massimiliano Marianelli, ha sottolineato come le parole possano uccidere, ma anche unire. Ha richiamato il valore dei miti, che da sempre raccontano gioie e dolori universali, e ha indicato nell’empatia ciò che distingue l’essere umano. La difesa delle donne e delle persone fragili – ha ribadito – non è un’ideologia, ma un valore condiviso.
La Consigliera di Parità della Provincia di Perugia, Elena Bistocchi, ha sottolineato che bisogna affrontare il tema delle parole perché solo così si può cambiare la nostra base culturale. Viviamo in un Paese in cui esistono violenze fisiche, sessuali, economiche, di linguaggio… e il linguaggio è in grado di creare stereotipi che poi costruiscono l’ambiente in cui questa violenza si diffonde. La violenza di genere, infatti, si trova in ogni ambito: nel lavoro, nella famiglia, nella scuola.
Anche la professoressa Maria Giuseppina Pacilli ha ribadito che prima che ci sia la violenza c’è un linguaggio che la prepara e normalizza situazioni che normali non sono. Ha detto che spesso le parole vengono considerate “meno importanti” rispetto ai problemi ritenuti più urgenti — ad esempio l’economia — perché ci sarà sempre un problema “più grande” delle parole. Ma il linguaggio non è secondario: nella piramide della violenza di genere, alla base c’è il linguaggio sessista. Sono stati fatti alcuni esempi: Trump che definisce una giornalista “maialina”, oppure — nel nostro contesto italiano — la pubblicità che, fino a qualche anno fa, era molto sessista.
La professoressa ha poi individuato tre categorie principali in cui ricadono i pregiudizi linguistici:
1. La svalutazione della professione → quando una donna medico (o altra professionista) viene presentata o chiamata “la signorina” o “la         dottoressina”.
2. La maternità → frasi come “i maschi pubblicano, le donne fanno figli” oppure “vai a casa a guardare tuo figlio”.
3. La sessualità → frasi come “il fidanzato non ti serve”, “con chi ti accompagni?”.
Questi pregiudizi diventano ancora più gravi quando i rapporti non sono simmetrici e c’è una situazione di dipendenza o subordinazione.
Sono stati citati anche gli sgarbi quotidiani sul luogo di lavoro, come infantilizzazione, spiegazioni non richieste, commenti: tutte micro-aggressioni che, prese una per una, possono sembrare irrilevanti, ma nel tempo creano un sentimento crescente di esclusione e svalutazione. Il problema è che spesso non riconosciamo più le micro-aggressioni, perché siamo abituate. Dobbiamo allenarci a riconoscerle.

Un passaggio importante ha riguardato l’ambiguità, spesso usata come strategia: chi subisce resta nel dubbio se reagire o meno. Rispondere significa rischiare di essere etichettate come “esagerate”; tacere, invece, lascia che il danno resti. Da qui la riflessione sul silenzio: il silenzio non è neutro.
Quando si abbassano gli sguardi e cala quel silenzio “assordante”, c’è solitudine, svilimento, inadeguatezza. Per questo è importante rispondere, parlare, denunciare: questo non protegge solo chi lo fa, ma protegge anche chi verrà dopo.

Questo sistema non colpisce solo le donne, ma anche gli uomini che non si adeguano al modello dominante di maschilità, basato su competizione e prepotenza: anche loro vengono marginalizzati e derisi. Questo non è soltanto un modello di genere, ma un modello di potere. E quando questo modello viene incarnato da donne, può essere ancora peggio: si parla di donne tossiche, cioè donne che non facilitano il percorso delle altre. Cosa fare? Occorre trasformare i modelli organizzativi.

Infine, è intervenuta la giornalista Beatrice Curci che ha fondato l’Associazione GiULiA. Nota anche come Giulia Giornaliste, la rete nazionale delle giornaliste unite libere autonome, si pone due obiettivi principali, sui giornali e nei media: modificare lo squilibrio informativo sulle donne anche utilizzando un linguaggio privo di stereotipi e declinato al femminile; battersi perché le giornaliste abbiano pari opportunità nei luoghi di lavoro, senza tetti di cristallo e discriminazioni. Anche lei, che inizialmente ha svolto il lavoro di medico neuropsichiatra, è stata chiamata signorina o dottoressina, con una continua diminutio. Citando Tullio De Mauro, ha ricordato che le parole descrivono e muovono la realtà: se una parola non esiste, spesso non esiste nemmeno ciò che rappresenta. Molti nomi di professione al maschile derivano da una società che escludeva le donne dallo spazio pubblico. Ha spiegato che molti termini professionali sono declinati al maschile perché derivano dalla società greco-latina, in cui le donne stavano a casa.
Ci sono ancora numerosi contesti molto maschili — per esempio le sale chirurgiche- in cui continuamente si fanno battute contro le donne. Le donne dagli anni ’70 in poi hanno fatto enormi passi avanti, e oggi ci sono professioni fortemente femminilizzate, come quella medica (e aggiungo: anche quella medico-veterinaria). Ma a un certo punto le carriere si bloccano. Il problema principale resta la gravidanza: all’estero si lavora avendo una nursery che segue il genitore; in Italia i servizi sono minimi, e spesso si è costrette a rimanere a casa e quando si rientra, qualcun altro ha preso il posto di lavoro.

Questa giornata ha ricordato che le parole non sono solo strumenti di comunicazione, ma diventano azioni. Tutte e tutti le usiamo ogni giorno: nel lavoro, nelle relazioni, negli spazi pubblici e privati. Proprio per questo possono ferire, escludere e svalutare, ma possono anche aprire possibilità, creare alleanze e cambiare i contesti in cui viviamo e lavoriamo. Scegliere parole consapevoli non è un esercizio formale: è un atto di responsabilità quotidiana, capace di incidere sulla cultura e di rendere i luoghi – professionali e non – più giusti, inclusivi e sicuri per chi verrà dopo.

 

 

La piramide della violenza di genere rappresenta il continuum della violenza: alla base si trovano atteggiamenti culturali e comportamenti quotidiani apparentemente “minori”, come stereotipi e linguaggio sessista, che contribuiscono a normalizzare la disuguaglianza. Salendo nella piramide, la violenza diventa progressivamente più esplicita e grave, fino alle forme estreme come la violenza fisica, sessuale e il femminicidio. Il modello è utilizzato in ambito educativo e preventivo per mostrare come intervenire alla base sia fondamentale per prevenire le forme più gravi di violenza. Immagine creata con l’ausilio di ChatGpt.