Report seminario: “Ripensare la ‘cura’ come processo di emancipazione femminile”

9 marzo 2026 – Università degli Studi di Perugia – di Maria Luisa Marenzoni

Per l’Associazione Donne Medico Veterinarie, il tema della “cura” rappresenta un elemento centrale, sia sul piano professionale che personale. La cura può essere vista in tre dimensioni fondamentali: la cura di sé, la cura dell’altro e la cura familiare e sociale.

La cura di sé costituisce un presupposto imprescindibile per il benessere individuale e professionale. In una professione ad alto coinvolgimento emotivo come quella veterinaria, è fondamentale promuovere la consapevolezza del proprio valore e la necessità di non trascurare il proprio equilibrio psicofisico e la nostra Associazione si impegna costantemente nel ricordare alle colleghe l’importanza dell’autocura, non come atto secondario, ma come condizione essenziale per poter esercitare con continuità e qualità il proprio ruolo.

Parallelamente, la cura dell’altro rappresenta il centro della professione medico-veterinaria, che si esprime nell’atto clinico, ma anche nella relazione con il paziente e con il proprietario, comportando responsabilità, coinvolgimento emotivo e potere decisionale. Tuttavia, proprio queste caratteristiche rendono la professione esposta a elevati livelli di stress e al rischio di burnout, evidenziando la necessità di un riconoscimento più ampio del suo valore, anche in termini di sostenibilità lavorativa.

Infine, la cura si estende alla dimensione familiare e sociale. Le donne, ancora oggi e soprattutto in Italia rispetto ad altri Paesi europei, sono spesso investite in misura prevalente del carico di cura verso figli, genitori e persone fragili, non solo per dinamiche sociali consolidate, ma anche per un radicato senso di responsabilità individuale. Questo carico, spesso invisibile, incide profondamente sull’equilibrio tra vita privata e professionale, configurandosi come una delle principali determinanti delle disuguaglianze di genere.

Alla luce di queste considerazioni, si riportano di seguito le considerazioni che sono emerse durante il seminario promosso dall’Università degli Studi di Perugia, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, tenutosi il 9 marzo 2026, a Perugia, dal titoloRipensare la ‘cura’ come processo di emancipazione femminile. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di approfondimento sul significato della “cura”, in particolare nella sua dimensione di carico sociale, ancora oggi prevalentemente attribuito alle donne e che richiede un pieno riconoscimento e una valorizzazione condivisa. I diversi interventi hanno offerto contributi significativi, arricchendo il dibattito con prospettive complementari e stimoli di riflessione.

Ad aprire i lavori è stato il Rettore Massimiliano Marianelli, che ha proposto da subito la “cura” come suo mandato etico e istituzionale. La cura è una responsabilità quotidiana, scelta consapevole di azione e anche modello di leadership: una leadership “gentile”, fondata su attenzione, rispetto, gratitudine e riconoscimento del valore delle persone e delle relazioni. Non un impegno occasionale, ma una responsabilità da esercitare durante tutto l’anno.

Il Prorettore Alceo Macchioni ha invece sottolineato l’urgenza di interventi concreti, che i numeri delle cronache ci impongono. Anche nel mondo della ricerca sono stati richiamati esempi emblematici della storia della scienza, come Jocelyn Bell Burnell, che non fu insignita lei del Nobel per la scoperta delle pulsar, ma il suo capo, e Marie Curie, inizialmente esclusa dal riconoscimento ufficiale, che invece era stato attribuito solo al marito: casi che evidenziano la persistente invisibilità del contributo femminile.

Il Presidente del CUG-Comitato Unico di Garanzia, Antonio Preteroti, ha posto l’attenzione sul valore sociale ed economico della cura. In particolare, ha evidenziato come strumenti quali il congedo obbligatorio di paternità rappresentino segnali importanti verso una più equa condivisione delle responsabilità. Tuttavia, la vera emancipazione passerà solo attraverso il riconoscimento economico del lavoro di cura, in genere a carico della donna e ancora oggi largamente invisibile e non retribuito.

La prof.ssa Silvia Fornari, Delegata alle Pari Opportunità e allo Sportello Antiviolenza UniPg, ha sottolineato come, nonostante la presenza delle donne sia decisamente forte in ambito universitario, nel lavoro vengono maggiormente richiesti gli uomini e persistono forti squilibri nelle opportunità e nei ruoli decisionali. È stata particolarmente incisiva la sua osservazione per cui “Non serve citare le statistiche, perché queste sono situazioni che viviamo tutti noi nelle nostre case”. Il tema della parità è stato inquadrato anche in prospettiva storica, richiamando figure come Tina Anselmi, promotrice della legge sulle pari opportunità del 1977. Nonostante i progressi, i dati attuali mostrano come l’Italia resti ancora indietro rispetto alla media europea, rendendo l’8 marzo una ricorrenza necessaria che ricorda gli obiettivi non ancora raggiunti.

La prof.ssa Alessia Gabriele (prorettrice per le tematiche di genere presso l’Università degli Studi Kore di Enna) ha affrontato il tema della cura e dell’autocura come diritto, sottolineando la necessità di un approccio sistemico. La cura, pur essendo fondamentale per il benessere collettivo e sociale, non produce direttamente reddito e per questo tende a non essere riconosciuta: finché non verrà attribuito un valore economico, sarà difficile promuovere un reale cambiamento. Il tempo libero delle donne, infatti, è spesso assorbito dal lavoro di cura (della famiglia, della casa). Per migliorare questa condizione sono necessari interventi legislativi e politiche sociali al fine di creare equilibrio tra vita privata e professionale.

La prof.ssa Francesca Colella (sociologa presso l’Università degli Studi dell’Aquila) ha evidenziato come il carico di cura rappresenti un fattore strutturale di disuguaglianza, in genere a scapito della donna. La mancanza di autonomia economica, l’uscita dal mondo del lavoro e la difficoltà di gestione del proprio tempo sono conseguenze dirette di una distribuzione non equa delle responsabilità familiari. Occorre negoziare il carico familiare. Tra le soluzioni proposte: maggiore accesso ai servizi per l’infanzia e gli anziani, estensione del congedo di paternità, politiche di work-life balance e interventi per il reinserimento lavorativo dopo la maternità. Finché persisterà il divario retributivo tra uomo e donna, sarà sempre più probabile che sia la donna a rinunciare al lavoro. La cura, a questo punto, non è una questione privata ma diventa un fattore strutturale della società, che però comporta disuguaglianza di genere in questo momento. Forse il vero cambiamento richiesto è quello culturale, il più difficile da ottenere. Le stime ci dicono che serviranno ancora 123 anni per raggiungere la parità di genere.

La prof.ssa Manuela Costantini, storica presso l’Università degli Studi di Perugia, ha ripercorso le tappe dell’emancipazione femminile, dal diritto di voto alla progressiva acquisizione di consapevolezza sui diritti legati al corpo, alla famiglia e alla partecipazione sociale. È stato inoltre sottolineato il ruolo fondamentale dell’associazionismo come strumento di crescita e rappresentanza.

La professoressa Fornari ha concluso che da sola oggi la famiglia non basta, non è più in grado di prendersi da sola il carico di cura, che prima era completamente delegato alla famiglia. Ci dobbiamo chiedere chi compone la società: i nostri sistemi sociali sono fragili perché la società italiana è caratterizzata da ridotta natalità e aumento degli anziani. Parità oggi significa ricostruire il sistema sociale. Non è la donna che non vuole figli, è il contesto. Tutte le professioni di cura spesso sono sottopagate.

In conclusione, è emerso con forza come la questione della cura non possa più essere considerata privata, ma debba essere affrontata come tema strutturale e collettivo. In una società caratterizzata da fragilità demografiche, la parità di genere passa attraverso una ricostruzione complessiva del sistema sociale. A questo aggiungiamo che, nello specifico, la professione medico-veterinaria, sempre più femminile e che rappresenta già di per sé una professione di cura, con un elevato carico emotivo e di responsabilità, espone frequentemente anche al rischio di burnout, confermando che la cura riguarda non solo chi la riceve, ma anche chi la esercita. Questo rafforza ulteriormente la necessità di riconoscere il valore della cura, sociale ma anche in termini di sostenibilità lavorativa, benessere professionale e tutela della salute psicofisica di chi la esercita.

prof.ssa Maria Luisa Marenzoni