Evento “Le facce della violenza: comprendere, prevenire, agire”

Da un incontro all’Università di Perugia alla tragedia di Lorena Isceri: quando ciò che pensiamo lontano riguarda anche noi

di Maria Luisa Marenzoni, consigliera ADMV

 

Pochi giorni fa Lorena Isceri, medica veterinaria, è stata uccisa dall’ex compagno. Lorena aveva studiato Medicina Veterinaria all’Università di Bari e lavorava nel settore farmaceutico veterinario. La sua morte ha colpito la nostra categoria; come ha detto la Presidentessa di ADMV, dr.ssa Laura Cutullo, “Lorena era una di noi”. Questo ci fa tornare a parlare di violenza di genere, che spesso consideriamo un problema grave, ma lontano dalla nostra vita quotidiana, qualcosa che riguarda altre persone o altri contesti. La vicenda di Lorena ci ricorda invece che non è così. La violenza non riguarda donne ai margini della società, ma può riguardare tutte le donne: donne istruite, autonome, inserite nel mondo del lavoro e con una propria rete sociale. Può riguardare una collega.

Per questo ci sembra importante riprendere i contenuti dell’incontro “Le facce della violenza: comprendere, prevenire, agire”, che si è tenuto l’8 maggio 2026 presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali (DSA3), nell’ambito del Festival Internazionale per la Parità di Genere, nato con l’obiettivo di contribuire al cambiamento culturale, superare stereotipi e pregiudizi e contrastare la violenza. L’incontro era stato pensato non soltanto per parlare di violenza, ma soprattutto per capire come riconoscerla, quali segnali non sottovalutare e quali strumenti di prevenzione abbiamo a disposizione.

All’incontro sono intervenuti l’Avvocato Nicodemo Gentile, penalista ed esperto di violenza di genere, e la Prof.ssa Francesca Maria Sarti, docente di Zootecnica generale e Miglioramento genetico dell’Università di Perugia. A moderare è stata la Prof.ssa Margherita Maranesi, docente di Fisiologia veterinaria, entrambe delegate per le pari opportunità per i rispettivi dipartimenti.

Gli interventi istituzionali hanno ricordato quanto sia importante non considerare appuntamenti di questo tipo solo come semplici momenti celebrativi o iniziative “per addetti ai lavori”, ma che partecipare significa anche dare testimonianza, riconoscere che la violenza di genere è un problema della comunità e contribuire a costruire una sensibilità che ancora troppo spesso manca, come ha detto il direttore del DSA3 Prof. Antonio Boggia. Anche il Dipartimento di Medicina Veterinaria, con il Prof. Marco Pepe, ha voluto essere uno dei luoghi universitari nei quali aprire questa riflessione.

Il cuore della mattinata è stato l’intervento dell’avvocato Nicodemo Gentile, presidente nazionale di Penelope Italia – Associazione delle Famiglie e degli Amici delle Persone Scomparse, penalista che negli anni ha seguito numerosi casi di grande rilevanza nazionale e che porta avanti un’intensa attività di divulgazione e sensibilizzazione sulla violenza di genere.

L’Avvocato Gentile è partito dai numeri, ma per ricordare che dietro ai numeri ci sono persone e vite. Nel 2023 in Italia sono state 118 le donne vittime di femminicidio; 96 sono state uccise in ambito familiare o affettivo e, tra queste, 63 dal partner o dall’ex partner. Centodiciotto non è soltanto un numero. Sono vite, famiglie, progetti e destini interrotti. E ogni numero contiene a sua volta molte altre storie: quelle dei figli, dei genitori, degli amici e, in modo diverso ma drammatico, anche delle famiglie degli autori della violenza.

Ma, ha sottolineato Gentile, i casi che arrivano all’omicidio sono soltanto la punta dell’iceberg. Sotto rimane un sommerso fatto di donne vive che subiscono forme di violenza meno visibili, spesso psicologiche, e che possono continuare a lavorare, avere relazioni sociali e apparire perfettamente “normali” nella vita quotidiana. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più difficili da comprendere, quella normalità di superficie in cui siamo immersi.

“Le facce della violenza” sono anche le facce degli uomini che la violenza l’hanno esercitata. Nel suo intervento Gentile ha mostrato le foto degli assassini, che purtroppo riconosciamo anche noi perché visti ripetutamente su giornali e telegiornali; casi molto diversi tra loro: uomini appartenenti alle forze dell’ordine o alle forze armate, professionisti, medici, uomini perfettamente inseriti socialmente, anche stimati fino al momento del femminicidio. Persone per le quali, prima del delitto, spesso non c’erano segnalazioni di violenza fisica. Non erano “mostri” immediatamente riconoscibile. Spesso tendiamo a immaginare questi individui come persone deviate, lontane dalla nostra realtà. È anche un modo per prendere le distanze dal problema e convincerci che appartengano a contesti diversi dal nostro.

Dietro alcune di queste storie emerge piuttosto un profondo analfabetismo affettivo: l’incapacità di accettare l’autonomia dell’altra persona, il rifiuto della separazione, l’idea che la relazione attribuisca un diritto sull’altro. Molte donne sono state uccise proprio nel momento in cui avevano deciso di andarsene. La scrittrice Michela Murgia, spiegando il termine femminicidio, ricordava che non serve semplicemente a specificare che la persona uccisa è una donna, ma serve a descrivere il perché di quella morte: una dinamica nella quale la violenza nasce da un rapporto di potere e dalla mancata accettazione della libertà e dell’autonomia della donna.

In altri casi il femminicidio si è consumato perché era addirittura l’uomo che voleva chiudere il rapporto, nell’incapacità di riuscirci e di accettarne le conseguenze.

L’Avvocato ha poi mostrato i volti delle donne vittime di femminicidio: anche in questo caso, volti ormai familiari, entrati nelle nostre case attraverso le cronache. Guardandoli, cade un altro stereotipo: non sono necessariamente donne fragili, economicamente dipendenti o prive di strumenti culturali. Tra le vittime ricordate durante l’incontro c’erano professioniste, un’avvocata, una psicologa, una poliziotta: donne autonome e competenti. E allora la domanda, spesso posta dall’esterno, diventa: “Perché non se ne è accorta? Perché non se n’è andata?”. Ma è proprio questa domanda a rischiare di semplificare una dinamica estremamente complessa. La violenza psicologica può procedere lentamente, quasi impercettibilmente. Sono uomini che ci sanno fare, ambivalenti. Il controllo può essere inizialmente confuso con attenzione o gelosia. Poi arrivano lo svilimento, l’isolamento, la richiesta di controllare il telefono, la progressiva limitazione degli spazi personali. Il controllo, ricordava Gentile, tende inoltre ad aver bisogno di dosi sempre maggiori. La persona sottoposta a questa dinamica può cominciare a mettere in discussione il proprio giudizio: “Forse sto esagerando!”; “Forse ho capito male!”; “Forse è colpa mia!”. È il meccanismo oggi definito gaslighting, che contribuisce a creare una sorta di “nebbia” nella quale diventa sempre più difficile valutare con lucidità ciò che sta accadendo. A questo possono aggiungersi isolamento, dipendenza emotiva e quella condizione conosciuta come impotenza appresa: dopo ripetuti tentativi falliti di modificare la situazione, la persona finisce per percepire come impossibile qualsiasi via d’uscita. Ed è proprio per questo che servono persone preparate intorno alla donna: famiglia, amici, professionisti, forze dell’ordine e servizi capaci di riconoscere i segnali e di accogliere una richiesta d’aiuto senza giudicarla.

Una denuncia può infatti comportare non soltanto l’interruzione di una relazione, ma la rottura di un intero sistema di legami familiari, affettivi ed economici. Fratelli, sorelle, suoceri che non sono con te, ma addirittura ti giudicano. E se chi raccoglie una richiesta d’aiuto o addirittura la denuncia la minimizza o la mette immediatamente in dubbio, il rischio è che quella donna non chieda aiuto una seconda volta.

E’ un problema sociale, culturale, delle famiglie. La legge Golfo-Mosca (legge n. 120 del 12 luglio 2011) è la norma italiana che ha introdotto l’obbligo delle quote di genere: è dovuto intervenire lo Stato, altrimenti non si riusciva. Il cambiamento culturale richiede tempo. L’ultima carrellata di volti proposta dall’Avvocato è stata quella delle donne che hanno cambiato la storia e la cultura: Nilde Iotti divenne la prima Presidente donna della Camera dei Deputati nel 1979; Margherita Cassano nel 2023 la prima donna a presiedere la Corte di Cassazione; nel 2025 Cristina Prandi prima rettrice dell’Università di Torino dopo 621 anni di storia dell’Ateneo, solo per citarne alcune. Sono la misura di quanto, purtroppo lentamente, cambiano strutture sociali che per secoli abbiamo considerato normali.

Dal confronto con il pubblico è emerso anche il tema degli strumenti di tutela. L’Italia dispone oggi di numerose norme contro la violenza di genere, molte delle quali sviluppate anche sulla spinta della legislazione e delle convenzioni europee. Ma una norma produce effetti soltanto se viene accompagnata da risorse, formazione e strumenti concretamente disponibili. Centri antiviolenza, personale formato, sistemi di protezione efficaci, braccialetti elettronici realmente funzionanti, percorsi per gli uomini autori di violenza e sostegno economico e psicologico alle donne richiedono investimenti. La prevenzione non può cominciare quando il pericolo è ormai estremo. E non può riguardare soltanto le donne. Uno dei passaggi più importanti dell’intervento è stato proprio l’invito a fornire strumenti anche agli uomini, lavorando sull’educazione affettiva, sulla capacità di gestire la separazione, il rifiuto, la frustrazione e la perdita del controllo.

L’Avvocato ha indicato anche che il trattamento degli animali a volte è una spia di queste situazioni (che per esempio a noi veterinari può capitare di osservare!).

La seconda parte dell’incontro ha portato la riflessione nel mondo del lavoro e dell’Università. La Prof.ssa Sarti, docente di Zootecnia e Miglioramento genetico, ha raccontato la propria esperienza professionale in un settore storicamente molto maschile, nel quale le donne hanno dovuto spesso dimostrare più volte le proprie competenze prima di ottenere lo stesso riconoscimento. Per anni alle donne è stato, più o meno esplicitamente, insegnato anche a non disturbare, non esporsi. E la maggiore quota di lavoro familiare e di cura destinata alle donne continua, ancora oggi, a produrre conseguenze concrete sulle possibilità di carriera. Da genetista, la Prof.ssa Sarti ha utilizzato un’immagine particolarmente efficace: i geni si esprimono nell’ambiente. E allora, se vogliamo che qualcosa cambi, dobbiamo cambiare l’ambiente.

Ridurre ogni femminicidio alla conclusione che una donna sia stata semplicemente “sfortunata” nell’incontrare un uomo squilibrato significa non riconoscere la dimensione culturale e sociale del fenomeno. L’ambiente familiare, educativo, universitario e lavorativo. Un ambiente nel quale bambine e bambini imparino che libertà e rispetto non hanno genere; nel quale la cura non sia considerata responsabilità quasi esclusivamente femminile; nel quale competenza e autorevolezza non vengano valutate diversamente a seconda che appartengano a un uomo o a una donna.

Oggi, a pochi mesi da quell’incontro, la morte di Lorena Isceri rende queste riflessioni dolorosamente concrete.

                                                                           Prof.ssa Maria Luisa Marenzoni